Ci sono artisti che tornano in televisione. E poi ci sono artisti che, appena riappaiono, ti fanno capire quanto la televisione sia cambiata senza di loro. Rosario Fiorello appartiene alla seconda categoria. Domenica 18 ottobre, subito dopo il TG1, Fiorello e Fabrizio Biggio hanno trasformato lo studio del telegiornale in un piccolo varietà: TG1 – Edizione più che straordinaria.
Quindici minuti di musica, comicità, improvvisazione, ospiti e incursioni ironiche, con Annalisa, Gigi D’Alessio, TonyPitony e il corpo di ballo diretto da Luca Tommassini. Un esperimento insolito, che ha riportato il varietà persino nello studio del telegiornale. E il pubblico ha risposto : 4 milioni e 826 mila spettatori, con il 26,3% di share.
Un risultato straordinario per uno spazio così breve, superiore anche al 22,4% ottenuto da Fiorello nella precedente incursione televisiva con Bruno Vespa. Ma fermarsi agli ascolti sarebbe riduttivo. Perché Fiorello non ha semplicemente riportato in TV qualche canzone e qualche risata. Ha riportato un modo di fare televisione che sembra appartenere a un’altra epoca, ma che il pubblico dimostra di desiderare ancora. Il varietà, quello vero, era un luogo in cui poteva succedere di tutto.
La musica incontrava la comicità, gli ospiti diventavano protagonisti di situazioni imprevedibili e il conduttore non si limitava a presentare una scaletta: era lui stesso lo spettacolo. Oggi, invece, spesso inseguiamo format, meccanismi, tempi televisivi calcolati al secondo e contenuti progettati per diventare virali. Fiorello riesce a fare qualcosa di diverso: trasformare l’imprevisto in intrattenimento e l’intrattenimento in un evento.
E qui arriva la domanda più scomoda: perché, in un panorama televisivo così ricco di volti e programmi, è ancora così difficile trovare qualcuno che raccolga davvero la sua eredità? Non è una questione di imitare Fiorello, né di cercare il suo clone. Sarebbe un errore. La sua forza sta proprio nell’essere un concentrato difficilmente replicabile di ritmo, ironia, musica, improvvisazione, cultura popolare e capacità di leggere l’attualità. Fiorello non conduce soltanto uno spettacolo: crea un’atmosfera.
E forse è proprio questa la differenza tra un buon presentatore e un grande showman. Naturalmente, quindici minuti non bastano per decretare il ritorno definitivo del grande varietà. Ma bastano per riaccendere una nostalgia e dimostrare che quel linguaggio televisivo non è affatto morto. La domanda, allora, non è se Fiorello abbia degli eredi, è se la televisione di oggi sia ancora capace di coltivare personalità abbastanza libere, imprevedibili e complete da diventare il centro di uno spettacolo.
Anche perché il problema non è solo che manchino i talenti, ma anche che forse mancano gli spazi, il coraggio e le occasioni per farli diventare protagonisti. Fiorello, intanto, è tornato e lo ha fatto ricordandoci una cosa semplice: non sempre servono tre ore di trasmissione per lasciare il segno. A volte bastano quindici minuti fatti bene. Secondo voi Fiorello è davvero senza eredi o la televisione deve ancora trovare il prossimo grande showman?




