Per anni Sanremo ci ha abituati a due modi molto diversi di intendere il Festival. Da una parte Carlo Conti, che ha fatto della quantità e del ritmo una precisa cifra televisiva: tanti artisti, tempi serrati, poche pause, la necessità di far correre la macchina del Festival.
Dall’altra Amadeus, che negli anni ha progressivamente allargato il cast, arrivando a 30 Big, ma concedendo al Festival una dimensione più dilatata, capace di andare avanti fino a notte fonda.
Adesso arriva Stefano De Martino e la prima cosa interessante è che non sembra voler semplicemente scegliere una delle due strade. Sembra voler cambiare proprio la domanda.
Il nuovo regolamento di Sanremo 2027 prevede infatti 24 Campioni, contro i 30 dell’edizione 2026, e De Martino ha spiegato che la formula è costruita proprio per dare a ciascun artista la propria “finestra”.
Ma attenzione: meno cantanti non significa necessariamente meno spettacolo , anzi.
Facendo un passo indietro ricordiamoci che negli anni 80 le serate erano 3 per poi diventare 4, con 18 milioni di persone di fronte allo schermo , per poi lasciare spazio a dei cambiamenti avvenuti negli anni a venire , con inserimento di categorie , con intervento dei cantanti stranieri che resero l’atmosfera ancora più magica. Questo fece balzare in vetta all’indice di gradimento del pubblico il Festival di Sanremo. Tornando ai giorni d’oggi abbiamo quindi De Martino che introduce una novità molto interessante: la Serata Performance, nella quale gli artisti dovranno presentare il proprio brano attraverso una modalità interpretativa, esecutiva o scenica diversa da quella delle altre serate. Ed è qui che, secondo me, c’è la vera svolta. Perché il Festival potrebbe smettere di chiedersi: “Quanti artisti riusciamo a mettere dentro Sanremo?”
e iniziare a chiedersi: “Quanto possiamo raccontare ogni artista?” È una differenza enorme.
Perché Sanremo non è soltanto una gara musicale. È televisione. È spettacolo. È racconto.
E forse De Martino sta provando a costruire un Festival nel quale l’artista non sia soltanto un nome che passa sul palco, canta tre minuti e lascia spazio al successivo.
Il rischio, naturalmente, è l’opposto: meno ritmo, più tempi morti, meno quella sensazione di “evento infinito” che negli anni ha fatto la fortuna del Festival. Ma c’è una cosa che mi incuriosisce.
E se il vero cambiamento non fosse fare un Sanremo più corto o più lungo, ma fare un Sanremo che dia più peso a ciò che accade sul palco? Conti ci ha insegnato il valore del ritmo.
Amadeus ha dimostrato quanto il Festival potesse diventare un grande contenitore popolare e generazionale. De Martino adesso dovrà dimostrare se si può fare un Sanremo con meno quantità e più spazio. E forse la sfida è proprio questa: non farci vedere più artisti. Farci ricordare meglio quelli che vediamo.
La domanda, quindi, non è se De Martino riuscirà a fare un Festival diverso da Conti o Amadeus.
La domanda è: riuscirà a farci capire che per innovare Sanremo non serve necessariamente aggiungere… a volte basta togliere?




