C’è qualcosa di molto particolare nel caso Sigfrido Ranucci. Non voglio entrare nel merito delle ragioni politiche, aziendali o giudiziarie che hanno portato la Rai a decidere di interrompere la sua conduzione di Report. Quello che mi interessa, da osservatore televisivo, è un’altra cosa.
Cosa succede quando il volto di un programma finisce per identificarsi completamente con il programma stesso? Ranucci è stato per nove anni il volto di Report. È arrivato dopo Milena Gabanelli e, nel tempo, ha costruito una precisa identità editoriale e televisiva attorno alla trasmissione.
Oggi però la Rai ha deciso di cambiare. E qui arriva il punto che trovo più interessante. Ranucci non ha semplicemente detto:“Non condivido la decisione.” Ha contestato la scelta dei suoi successori, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, sostenendo che la loro nomina non sarebbe all’altezza della professionalità costruita dal programma. E allora mi pongo una domanda: è normale che un conduttore uscente giudichi pubblicamente chi arriva dopo di lui? Secondo me è qui che il caso diventa anomalo.
Perché una cosa è difendere il proprio lavoro, contestare una decisione aziendale o chiedere legittimamente spiegazioni. Un’altra è mettere in discussione, prima ancora che inizino, le persone chiamate a raccogliere il testimone. E attenzione: questo non significa che Presutti e Piervincenzi siano automaticamente migliori o peggiori. Significa che dovrebbero avere il diritto di dimostrarlo davanti al pubblico. Questa vicenda dimostra quanto Report e Ranucci siano diventati, almeno nell’immaginario collettivo, quasi la stessa cosa.
Ed è proprio questo il rischio. Report è Ranucci? Io credo di no. Così come Report non era Milena Gabanelli. Un programma televisivo dovrebbe essere più grande del suo conduttore. Altrimenti non abbiamo più un format. Abbiamo un’identità personale che coincide con il format. E il pubblico cosa sta facendo? Il pubblico si è diviso. C’è chi vede Ranucci come il giornalista che sta difendendo la propria indipendenza e il proprio lavoro. E c’è chi, invece, comincia a chiedersi se questa battaglia non stia diventando una battaglia personale.
E questa polarizzazione è proprio ciò che rende il caso così potente mediaticamente. Perché oggi non si discute soltanto di chi condurrà Report. Si discute di Ranucci, della Rai della libertà del giornalismo , della meritocrazia. E persino della possibilità che un programma possa sopravvivere al proprio volto storico. La vicenda ha già assunto una dimensione nazionale, con reazioni politiche, sindacali e una vera frattura all’interno della redazione, a tal punto da far fare un passo indietro alla Presutti rinunciando alla conduzione.
Adesso: quale futuro per Ranucci? Io vedo almeno tre scenari. Primo: il ritorno a Report : è quello che Ranucci sta chiedendo attraverso i suoi legali, contestando formalmente la legittimità dell’avvicendamento. Secondo: una nuova collocazione Rai. L’azienda gli ha prospettato alternative professionali, ma Ranucci ha già mostrato forti perplessità, arrivando a contestare pubblicamente anche l’ipotesi di un incarico al Cairo. Terzo: la vera rivoluzione. Ranucci potrebbe diventare più grande di Report.
Un nuovo programma, una nuova squadra (o tutta la sua vecchia squadra) , e un nuovo spazio editoriale. Perché quando un personaggio televisivo ha costruito per anni una riconoscibilità così forte, togliergli un programma non significa necessariamente togliere il personaggio. A volte significa costringerlo a reinventarsi. E qui, secondo me, c’è la vera domanda della CUCI PILLOLA: Ranucci sta difendendo Report… oppure sta difendendo il suo posto nella storia di Report?
Perché sono due cose molto diverse. E forse lo scopriremo soltanto quando si spegneranno le polemiche e si accenderanno nuovamente le telecamere. Perché in televisione il vero giudice, alla fine, resta sempre uno: il pubblico.




