Gente della notte e del giorno, rieccoci. Oggi posiamo per un attimo i microfoni e abbassiamo le luci del palcoscenico, perché la pillola di questa settimana tocca un argomento delicato: la morte. E lo facciamo con il massimo rispetto, quello sacrosanto che si deve a qualunque persona che se ne va e alla sua famiglia, che in questo momento sta affrontando un dolore reale.
Nelle ultime ore sui social e sulle principali testate giornalistiche nazionali è rimbalzata con insistenza una notizia: la prematura scomparsa, a soli 53 anni, di Alessandro Medici, ex concorrente di un’edizione passata di Temptation Island. Una tragedia umana, indubbiamente, come lo sono tutte le vite che si spezzano troppo presto.
Ma da uomo che lavora con i media e con la regia della comunicazione, c’è un cortocircuito enorme che mi ha fatto riflettere e che non posso fare a meno di mettere sotto la lente delle nostre CuciPillole. Ho visto questa notizia trattata con la stessa rilevanza editoriale che si riserverebbe a un capo di Stato, a un premio Nobel o a un artista che ha cambiato la storia della cultura. E qui, signori miei, dobbiamo fermarci e interrogarci. Alessandro Medici ha avuto il suo momento di popolarità televisiva.
Ha partecipato a un format di successo, ha intrattenuto il pubblico per qualche settimana, poi i riflettori si sono spenti e la sua vita è andata avanti, lontano dalle telecamere. Perché allora, nel momento della sua scomparsa, i giornali sentono il bisogno disperato di piazzarlo in prima pagina a caratteri cubitali accanto alla grande cronaca internazionale?
La risposta purtroppo è fredda e cinica: l’engagement. Viviamo in un’epoca in cui il giornalismo web non seleziona più le notizie in base al loro reale valore o all’interesse pubblico generale, ma in base a quante interazioni possono generare. Abbinare il marchio “Temptation Island” alla parola “morto” è la combinazione perfetta per far scattare il clic emotivo, il commento distratto, la condivisione compulsiva.
Si prende una tragedia privata e la si trasforma in un contenuto acchiappaclik, forzando l’attenzione del Paese su un fatto che, per quanto doloroso, fa parte della triste quotidianità di migliaia di famiglie sconosciute che non avranno mai una riga su un giornale. Questa non è una critica alla persona che non c’è più, sia chiaro.
È una profonda critica a come noi, come pubblico e come media, stiamo perdendo la bussola delle priorità. Stiamo appiattendo tutto sullo stesso livello: la geopolitica, la cultura, il trash televisivo e la morte vengono frullati nello stesso feed, con la stessa enfasi, purché producano traffico sui siti. Dove sta per voi il confine invisibile tra ciò che merita davvero l’attenzione pubblica nazionale e ciò che è solo una speculazione mediatica?
Siamo ancora capaci di distinguere un personaggio che ha avuto un quarto d’ora di celebrità pop dalla storia che lascia un segno reale nel Paese, o ormai pur di consumare “contenuti” abbiamo abbassato l’asticella al punto da scambiare il flusso dei social per la realtà delle cose?Dite la vostra, con rispetto ma senza filtri. Ci vediamo sul palco… ciao




