NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – C’è una parola che questa settimana è risuonata più di ogni altra attorno all’accordo tra Stati Uniti e Iran: humiliation. Umiliazione. Donald Trump era arrivato al G7 in Francia convinto di poter finalmente cambiare la narrazione della sua presidenza. Dopo mesi dominati dalla guerra con l’Iran, dallo scandalo Epstein e da sondaggi in calo, il memorandum firmato con Teheran doveva essere il suo grande ritorno: il presidente che aveva promesso di chiudere la guerra e riportare stabilità in Medio Oriente. Invece si è trovato al centro di una nuova tempesta.
Le critiche non arrivano soltanto dai democratici. Arrivano da falchi repubblicani, commentatori conservatori e perfino da tradizionali sostenitori di Israele. L’accusa è semplice: dopo tre mesi di guerra, migliaia di morti e miliardi di dollari spesi, gli Stati Uniti ottengono più o meno ciò che avevano prima del conflitto, mentre l’Iran riceve nuove aperture economiche, investimenti internazionali e un graduale alleggerimento delle sanzioni.
Le critiche non arrivano soltanto dai democratici. Arrivano da falchi repubblicani, commentatori conservatori e perfino da tradizionali sostenitori di Israele. L’accusa è semplice: dopo tre mesi di guerra, migliaia di morti e miliardi di dollari spesi, gli Stati Uniti ottengono più o meno ciò che avevano prima del conflitto, mentre l’Iran riceve nuove aperture economiche, investimenti internazionali e un graduale alleggerimento delle sanzioni.
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