L’Eurovision è finito, ma come sempre la vera gara non si è giocata soltanto sul palco. Si è giocata nei telefoni, nei meme, nei commenti social, nei gruppi WhatsApp e sul web dove tutti diventano improvvisamente esperti di musica, scenografia e geopolitica. Perché all’Eurovision non basta cantare bene, bisogna restare in testa. E quest’anno, tra effetti speciali, laser e performance costruite al millimetro, qualcuno c’è riuscito davvero… e qualcuno molto meno. La finale ha avuto un ritmo più forte rispetto alle semifinali: meno riempitivi, più tensione e soprattutto più voglia di stupire.
Alcuni artisti sono sembrati fatti apposta per TikTok: canzoni immediate, ritornelli martellanti, scenografie talmente grandi da sembrare un film di fantascienza. Eppure, proprio mentre tutti provavano a fare di più, il pubblico ha premiato anche chi ha scelto di fare meglio. Il sentiment del web, infatti, è stato chiarissimo: il pubblico si è diviso tra chi cercava il grande spettacolo e chi invece voleva autenticità. Le reaction online parlano di una finale molto forte dal punto di vista tecnico, ma meno memorabile rispetto ad altre annate. Pochi momenti davvero iconici, tante esibizioni curate e una sensazione generale: tutto molto bello, ma forse troppo perfetto.
E poi c’è il caso Italia, o meglio: il caso Sal Da Vinci. Perché diciamolo senza girarci troppo attorno: all’inizio in tanti avevano storto il muso. “Sal Da Vinci all’Eurovision? Ma davvero?”. Sui social il pregiudizio era partito prima ancora della prima nota. Troppo classico, troppo italiano, troppo lontano dall’idea di Eurovision ultra-pop che molti si aspettavano. E invece, piano piano, qualcosa è cambiato. Sul palco Sal Da Vinci ha fatto una cosa semplicissima e proprio per questo rischiosa: è rimasto sé stesso.
E allora, alla fine di tutto questo circo fatto di luci, voti, polemiche e standing ovation improvvise, si può dire che questa finale ha raccontato bene il tempo in cui viviamo. Velocissimo, spettacolare, ma pure tremendamente emotivo. La vittoria della DARA con “Bangaranga” per la Bulgaria ha messo d’accordo quasi tutti: presenza scenica forte, canzone immediata e quella capacità di sembrare internazionale senza perdere identità. Sul web il sentimento dominante è stato semplice: “Ok, questa ce la ricordiamo pure domani mattina quando la balleremo al villaggio con gli animatori”. Subito dietro Noam Bettan con “Michelle” per Israele, forse la candidatura più divisiva dell’intera edizione.
C’è chi l’ha trovata magnetica e chi troppo costruita. Però è vero che nel bene o nel male, se ne è parlato tantissimo. E all’Eurovision questo significa metà del lavoro fatto. Poi la sorpresa che in pochi avevano davvero visto arrivare con Alexandra Căpitănescu per la Romania, che si è infilata sul podio facendo quello che spesso funziona più di ogni strategia: emozionare senza sembrare forzata. Una di quelle performance che partono in silenzio e finiscono per prendersi il pubblico. Quarto posto per la Croazia con Lelek e “Andromeda”, probabilmente una delle esibizioni più eurovisive della serata: ritmo, immagini forti e un pezzo costruito per restarti in testa dopo trenta secondi.
Il classico caso da televoto: magari non la mia preferita, ma quella che dopo due giorni ancora ti ritrovi a canticchiare senza motivo. E infine l’Italia, con Sal Da Vinci e “Per sempre sì”, che chiude una top five che pochi avrebbero immaginato così qualche settimana fa. E già questo racconta qualcosa: all’Eurovision puoi arrivare con i laser, le coreografie spaziali e il vestito futuristico… oppure con una canzone semplice che prova a parlare alle persone. Perché forse il punto vero di questa edizione è proprio che non ha vinto soltanto chi ha fatto più rumore ma anche chi, in un modo o nell’altro, è riuscito a lasciare una frase, un ritornello, un’emozione o perfino una discussione infinita sui social. E in fondo: se il giorno dopo siamo ancora qui a parlarne… forse l’Eurovision il suo lavoro lo ha fatto benissimo.



