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Home Cultura Eventi

Quando i ricordi continuano a bussare

Giusy Trimboli by Giusy Trimboli
13 Maggio 2026
in Cultura Eventi, LiveNews, NovaraLive
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Mettere ordine nel passato non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di cura. In un tempo in cui la velocità ci spinge a “superare” tutto senza davvero elaborare nulla, sempre più persone – professionisti della relazione d’aiuto, insegnanti, educatori, genitori – si trovano a fare i conti con ricordi che continuano a bussare, chiedendo spazio, voce, significato.

È in questo scenario che si inserisce il lavoro di Marina Balbo, psicoterapeuta e autrice di “La cura dei ricordi” (Mondadori), un libro che restituisce dignità al gesto più umano di tutti: fermarsi, guardare dentro, rimettere a posto ciò che fa male. Non per cancellarlo, ma per liberare energia, presenza, futuro.

Il metodo EMDR, al centro del suo percorso clinico e del volume, diventa così non solo uno strumento terapeutico, ma una lente per comprendere come i ricordi – anche quelli che crediamo “piccoli” – influenzino comportamenti, relazioni, apprendimento, scelte. Un tema che oggi tocca da vicino psicologi, insegnanti e chiunque lavori con la fragilità degli altri.

L’ autrice sarà intervistata presso la libreria Ubik giovedì 14 maggio dalla Dott.ssa Claudia Rampi, supervisore e psicoterapeuta Emdr.

La cura dei ricordi e il lavoro sul passato

• Perché oggi parlare di “mettere ordine nel passato” è così urgente, soprattutto per chi lavora nella relazione d’aiuto?

Perché sempre più persone vivono in uno stato di sovraccarico emotivo permanente. Molti riescono a funzionare, ma non riescono davvero a elaborare ciò che hanno vissuto. Le esperienze dolorose non scompaiono: continuano a influenzare il modo in cui percepiamo noi stessi, gli altri e il mondo. Chi lavora nella relazione d’aiuto incontra ogni giorno sofferenze che spesso non si esprimono con le parole, ma attraverso sintomi, comportamenti, chiusure, aggressività o difficoltà relazionali. Parlare di memoria emotiva oggi significa aiutare le persone a non restare prigioniere di ciò che non è stato compreso e integrato.

• Che cosa significa davvero “lasciare il passato nel passato”?

Non significa dimenticare o negare ciò che è accaduto. Significa fare in modo che il passato non continui a invadere il presente. Un ricordo elaborato resta parte della nostra storia, ma perde la capacità di condizionare automaticamente emozioni, reazioni e relazioni. Possiamo ricordare senza rivivere.

• Perché molte persone temono che rielaborare un ricordo significhi riviverlo invece che liberarsene?

Perché hanno paura del dolore contenuto in quel ricordo. Spesso pensano che affrontarlo significhi riaprire una ferita. In realtà, la rielaborazione terapeutica non consiste nel “tornare dentro” il trauma senza protezione, ma nel permettere al cervello e alla persona di attraversarlo in modo diverso, più sicuro e integrato. È la differenza tra essere travolti da un ricordo e poterlo finalmente guardare senza esserne schiacciati.

• Qual è l’errore più comune che facciamo quando proviamo a gestire da soli i ricordi dolorosi?

Credere che evitare equivalga a guarire. Molti cercano di non pensarci, di controllarsi, di andare avanti a tutti i costi. Ma ciò che non viene elaborato spesso continua a emergere sotto forma di ansia, irritabilità, difficoltà relazionali, somatizzazioni o senso di vuoto. Il passato ignorato non scompare: spesso continua a parlare attraverso il corpo e le emozioni.

• In che modo l’EMDR aiuta a sciogliere i nodi emotivi legati ai ricordi difficili?

L’EMDR aiuta il cervello a rielaborare esperienze rimaste “bloccate” nella memoria emotiva. Quando un evento traumatico o molto stressante non viene integrato, resta immagazzinato con le stesse emozioni, immagini e sensazioni vissute in quel momento. Attraverso la stimolazione bilaterale, l’EMDR facilita una rielaborazione naturale che permette al ricordo di perdere la sua intensità disturbante. Il passato non viene cancellato, ma trasformato in qualcosa che non domina più il presente.

• Quali segnali indicano che una persona potrebbe trarre beneficio da questo metodo?

Non solo i grandi traumi. Anche esperienze ripetute di rifiuto, svalutazione, paura o solitudine possono lasciare tracce profonde. Segnali frequenti sono reazioni emotive sproporzionate, ricordi intrusivi, forte autocritica, difficoltà relazionali, ansia, blocchi emotivi, sensazione di sentirsi “sempre uguali” nonostante gli sforzi per cambiare. Spesso la persona sente di sapere razionalmente che il passato è finito, ma emotivamente continua a viverlo.

• Ci sono pregiudizi o fraintendimenti sull’EMDR che vale la pena chiarire?

Sì. Uno dei più comuni è pensare che sia una tecnica “magica” o solo legata ai movimenti oculari. In realtà è un approccio terapeutico strutturato e scientificamente validato, basato sul funzionamento fisiologico dell’elaborazione dell’informazione. Un altro equivoco è credere che serva solo per i grandi traumi, mentre può essere molto utile anche per ferite relazionali e esperienze emotive croniche. E soprattutto, l’EMDR non cancella i ricordi: aiuta a renderli finalmente elaborabili.

• Perché la memoria emotiva è così centrale nel lavoro di psicologi e insegnanti?

Perché le persone non reagiscono solo a ciò che accade nel presente, ma anche a ciò che il presente riattiva del loro passato. La memoria emotiva influenza l’apprendimento, l’autostima, la capacità di fidarsi, di regolare le emozioni e di stare in relazione. Psicologi e insegnanti lavorano ogni giorno con storie invisibili che spesso si manifestano attraverso il comportamento.

• Come può un insegnante riconoscere quando un ricordo non elaborato influenza il comportamento di un alunno?

Quando alcune reazioni appaiono sproporzionate, ripetitive o apparentemente incomprensibili. Un bambino che si blocca davanti all’errore, che reagisce con rabbia eccessiva a una correzione, che si isola o vive ogni richiesta come una minaccia potrebbe non stare semplicemente “facendo i capricci”. A volte il comportamento è il linguaggio di un’esperienza emotiva non elaborata. L’insegnante non deve fare terapia, ma può fare moltissimo offrendo sicurezza, continuità, ascolto e uno sguardo che non umilia.

• Quali strumenti concreti possono aiutare la scuola a diventare un luogo che sostiene la rielaborazione, e non la rimozione?

Una scuola emotivamente competente è una scuola che non si occupa solo di prestazione. Servono spazi di ascolto, educazione emotiva, formazione degli insegnanti sul trauma e sulla regolazione emotiva, linguaggi meno giudicanti e maggiore attenzione alle relazioni. Anche piccoli gesti – dare un nome alle emozioni, normalizzare le difficoltà, creare ambienti prevedibili e sicuri – possono fare una grande differenza nella vita di un ragazzo.

• Qual è il primo piccolo gesto che ciascuno di noi può fare per iniziare a mettere ordine nel proprio passato?

Smettere di scappare da ciò che sente. Anche solo iniziare a chiedersi: “Perché questa situazione mi fa reagire così tanto?” è un primo passo importante. La consapevolezza è l’inizio di ogni cambiamento. Non possiamo guarire ciò che continuiamo a ignorare.

• Come distinguere un ricordo “da affrontare” da uno che possiamo semplicemente lasciare andare?

Un ricordo da affrontare è un ricordo che continua a vivere nel presente: condiziona le relazioni, altera la percezione di sé, riattiva dolore, paura, vergogna o rabbia in modo persistente. Se qualcosa continua a farci reagire sempre allo stesso modo, probabilmente non è davvero passato. Altri ricordi, invece, pur essendo dolorosi, non mantengono più una carica emotiva disturbante e possono semplicemente essere accolti come parte della propria storia.

• Quanto conta la narrazione personale nel processo di guarigione?

Moltissimo. Dare parole alla propria esperienza significa darle una forma, un senso, una continuità. Le persone spesso soffrono non solo per ciò che è accaduto, ma perché non riescono a collocarlo nella propria storia. Costruire una narrazione coerente aiuta a uscire dalla frammentazione e dalla sensazione di essere definiti solo dal dolore.

• In che modo la scrittura può diventare un mezzo per rimettere ordine nei ricordi?

La scrittura permette di rallentare, osservare, collegare emozioni e pensieri. Mettere nero su bianco un’esperienza aiuta spesso a vederla con maggiore chiarezza e distanza. Scrivere non significa solo raccontare: significa organizzare interiormente ciò che era rimasto confuso o congelato. A volte una pagina scritta può diventare il primo spazio sicuro in cui una persona riesce finalmente ad ascoltarsi.

• Qual è il capitolo o la pagina che, secondo lei, può fare più bene a chi si sente “bloccato”?

Probabilmente la parte in cui emerge che non siamo sbagliati perché soffriamo in certi modi: spesso stiamo reagendo con strumenti antichi a ferite mai davvero elaborate. Comprendere che alcuni blocchi non sono debolezze, ma adattamenti emotivi, può cambiare profondamente lo sguardo su di sé. È da lì che spesso nasce la possibilità di trasformazione.

• Come cambia la nostra vita quando iniziamo davvero a prenderci cura dei ricordi?

Cambia il modo in cui abitiamo il presente. Si riduce la necessità di difendersi continuamente, diminuiscono le reazioni automatiche, aumenta la libertà di scegliere. Quando i ricordi smettono di governarci nell’ombra, diventiamo più capaci di vivere relazioni autentiche, di fidarci, di sentire senza esserne travolti.

• Che cosa significa, per lei, “voltare pagina” senza negare ciò che è stato?

Significa integrare il dolore senza esserne definiti. Voltare pagina non è strappare le pagine precedenti, ma poter continuare la storia senza restare fermi sempre nello stesso punto. Le esperienze difficili possono diventare parte della nostra identità senza trasformarsi nella nostra prigione.

• Qual è il messaggio che vorrebbe arrivasse in modo particolare a chi lavora ogni giorno con la fragilità degli altri?

Che dietro molti comportamenti difficili esiste una storia che chiede di essere compresa, non giudicata. E che nessuna cura autentica può nascere solo dalla tecnica: servono presenza, ascolto, sicurezza e capacità di vedere la persona oltre il sintomo. A volte ciò che aiuta davvero qualcuno non è “aggiustarlo”, ma offrirgli finalmente un’esperienza relazionale diversa da quelle che lo hanno ferito.

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