C’è una cosa che noi italiani abbiamo sempre fatto meglio di tutti: ricordare. Non la nostalgia malinconica da poltrona, quella con gli occhi lucidi davanti alla foto ingiallita. Intendo quella capacità tutta nostra di prendere qualcosa del passato, spolverarla un po’, metterci sopra qualcuno che conosciamo e rimetterla in onda come se fosse ovvio. Come se il tempo non fosse mai passato. E il pubblico risponde. Eccome se risponde.
La stagione televisiva 2025-2026 ha riportato in vita una serie di programmi storici che sembravano archiviati per sempre. Canzonissima torna su Rai 1 dopo 51 anni di assenza, affidata a Milly Carlucci. La Ruota della Fortuna con Gerry Scotti prende il posto di Paperissima Sprint nell’access prime time e nei giorni migliori batte persino Affari Tuoi di Stefano De Martino — 4.849.000 spettatori contro 4.890.000, praticamente un pareggio. Scherzi a Parte debutta a marzo 2026 con il 26% di share e 3,6 milioni di spettatori. e poi, il 13 aprile 2026, arrivano loro. I Cesaroni.Dodici anni di attesa.
Dodici anni in cui il pubblico ha continuato a chiedersi cosa fosse successo alla famiglia di Giulio Cesaroni, alla Garbatella, ai personaggi che avevano fatto parte delle nostre serate per quasi dieci stagioni. E quando Canale 5 ha acceso la prima puntata de “I Cesaroni – Il ritorno” con Claudio Amendola, la risposta è stata immediata: 3.486.000 spettatori, 22,6% di share medio, picchi del 26,5% e oltre 6 milioni di contatti al momento più atteso della serata. Numeri che parlano da soli. E che dicono una cosa sola: questo Paese non aveva dimenticato niente.
C’è però un elemento che rende questo ritorno diverso dagli altri, e che va detto con delicatezza. La nuova stagione porta il peso di un’assenza: Antonello Fassari, lo storico interprete di Cesare Cesaroni, è scomparso nell’aprile 2025 dopo una lunga malattia. La prima puntata gli ha dedicato un omaggio che non si è limitato ai titoli di coda — il ricordo di Cesare è stato intessuto nella trama, affidato alla voce e al volto di Amendola in scena. Una scelta coraggiosa e commossa che ha trasformato il ritorno in qualcosa di più grande di una semplice reunion. Era un saluto. Era televisione vera.
Adesso la domanda è quella che si fa sempre dopo un grande debutto: reggerà? Le prossime puntate diranno se la serie sa bilanciare la nostalgia con la narrazione contemporanea, se i nuovi personaggi sapranno guadagnarsi il loro posto accanto ai volti storici, se la Garbatella televisiva ha ancora qualcosa di nuovo da raccontare. I presupposti ci sono tutti. Ma la nostalgia, da sola, dura il tempo di un primo episodio. Poi deve diventare storia. Infine all’orizzonte si intravedono Ok, il prezzo è giusto! e un Super Karaoke con Michelle Hunziker, versione 2026 dello spettacolo che consacrò Fiorello negli anni ’Novanta. La domanda che mi faccio — e che mi faccio da chi di televisione ne ha studiato i meccanismi profondi — non è semplicemente «perché tornano?». La risposta a quella è ovvia: perché funzionano. La domanda vera è un’altra: perché funzionano, e a quale prezzo?
Ho scritto altrove che esiste una differenza sottile — quasi invisibile — tra divertire e intrattenere. Divertire significa strappare una risata, riempire un tempo morto. Intrattenere è un’altra cosa: è tenere dentro, trattenere con sé chi ti guarda, accompagnarlo, farlo restare incollato non perché ride, ma perché sente. Ecco: i programmi del passato che stanno tornando, quelli che funzionano davvero, non funzionano perché fanno ridere. Funzionano perché intrattenevano, nel senso profondo del termine.
La Ruota della Fortuna ha un meccanismo emotivo elementare e immortale: giri, speri, vinci o perdi. Non cambia. Non deve cambiare. È quella la sua anima, ed è quell’anima che il pubblico riconosce dopo trent’anni come riconoscerebbe la voce della nonna. Canzonissima è un caso più complesso. Il debutto del 21 marzo 2026 è stato solido — 2.582.000 spettatori, 22,5% di share — ma nelle settimane successive il programma ha ceduto terreno ad Amici di Maria De Filippi, che il sabato sera comanda con numeri stabili attorno al 24%. Il problema non è la qualità del programma: è che la nuova Canzonissima è più elegante, più curata, più moderna dell’originale. E forse per questo è meno vera. L’originale era popolare in modo viscerale. Questa versione è bella, ma l’anima è un po’ ovattata. Ma allora perché le reti scommettono così forte sul passato?
Tre motivi, tutti veri insieme. Il primo: creare un format originale è rischioso, costoso, lento. Un programma nuovo deve costruirsi il pubblico da zero. Un programma con cinquant’anni di storia porta con sé un pubblico già fidelizzato. Dal punto di vista aziendale, è una scommessa molto più sicura. Il secondo: la guerra allo streaming ha portato via i giovani. Chi resta davanti alla televisione lineare è soprattutto il pubblico over 50, quello che quella televisione l’ha vissuta sulla pelle- anche se a dire il vero qui potremmo aprire un ulteriore argomentazione sull’orario della prima serata. Il terzo — e questo mi colpisce di più — è il clima generale. Viviamo in un’epoca di incertezza collettiva.
Nei momenti di stress, le persone cercano ciò che le faceva stare bene da giovani. La nostalgia non è debolezza. È un meccanismo di difesa. E la televisione, specchio della società, lo intercetta e lo amplifica. Ma c’è una domanda che nessuno vuole fare ad alta voce: questi ritorni riporteranno i numeri di una volta? No. E dobbiamo dircelo con chiarezza, senza fare i romantici. Quando Canzonissima andava in onda negli anni ’Sessanta c’erano due canali televisivi. Non esisteva scelta.
Oggi esistono decine di canali, piattaforme on demand, YouTube, TikTok, podcast. Il pubblico non è sparito: si è frammentato. Nessun programma del 2026 farà mai gli ascolti del 1968. Non perché i programmi siano peggiori, ma perché il contesto è radicalmente e irreversibilmente cambiato.Quello che i programmi storici possono fare — e in certi casi stanno facendo — è essere i più forti nel contesto attuale. E questo, per i tempi che corrono, è già molto.Resta però il nodo più scomodo: se nel 2026 la televisione italiana guarda al 1968 per trovare nuove idee, forse vuol dire che di idee nuove non ne ha. Il vintage compulsivo è una trappola. Se tutto ciò che va in onda è già stato visto, già vissuto, già metabolizzato, chi inventerà il format che tra trent’anni vorremo far rivivere?
E soprattutto: la nostalgia funziona solo su chi ha qualcosa da ricordare. I giovani non guarderanno Canzonissima perché non sanno cos’era Canzonissima. Costruire i palinsesti solo attorno a chi ha già i capelli bianchi è una strategia che funziona oggi, ma ipoteca domani. Il ritorno della TV del passato è una strategia intelligente a breve termine e rischiosa a lungo termine. Funziona. Ma non basterà. La televisione che vuole avere un futuro dovrà trovare anche il coraggio di inventare qualcosa che tra trent’anni valga la pena ricordare. E questo, al momento, non lo vedo ancora. Perché il divertimento dura il tempo di un applauso. Ma l’intrattenimento vero — quello che emoziona, che racconta, che si incolla alla memoria — resta. E oggi, forse, abbiamo più bisogno di restare che di ridere.




