Ci sono libri che arrivano come un pugno allo stomaco, altri che si appoggiano sulle spalle come una mano amica. ‘‘Un chilo d’anima. Metamorfosi di un disturbo alimentare”, pubblicato da Il Millimetro, il nuovo lavoro di Roberto Arduini, riesce a fare entrambe le cose. È un libro che non si limita a raccontare un disturbo alimentare: lo attraversa, lo smonta, lo espone alla luce. E lo fa con una sincerità che non lascia indifferenti. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare cosa significa trasformare anni di silenzi in parole. “Scrivere questo libro è stato come aprire una porta che avevo chiuso da troppo tempo”.

1. Da dove nasce la necessità di raccontare una parte così fragile e nascosta della tua storia?
Dalla convinzione che sia sbagliato nascondere le proprie fragilità e dall’idea che su certe tematiche ci sia ancora una sorta di tabù da scardinare.
2. Nel libro affronti binge eating, bulimia e anoressia: qual era la paura più grande nel metterle nero su bianco?
Che qualcuno possa pensare che ci sia voglia di spettacolarizzare una sofferenza. E poi è stato certamente difficile scrivere cose che non avevo mai ammesso nemmeno a me stesso.
3. Hai parlato della vergogna come ostacolo principale: cosa ti ha permesso di superarla?
È stato un percorso graduale seguito da una illuminazione improvvisa e liberatoria. Ho guardato in faccia il mio demone ed è stato il primo passo per allontanarlo.
4. Scrivi che “il corpo non è un nemico, è una casa”: quando hai iniziato davvero a sentirlo come un luogo abitabile?
Da qualche tempo, fatico a identificare un momento preciso, ho smesso di sognare quello che potrebbe essere per convivere meglio con ciò che effettivamente è.
5. C’è un episodio o un’immagine che ha segnato il passaggio dal conflitto alla riconciliazione con il tuo corpo?
E’ un processo in divenire, non c’è stato un momento specifico in cui le cose sono cambiate. Paradossalmente il momento più complicato è stato quando ho raggiunto il peso forma per la prima volta nella mia vita.
6. Qual è stata la pagina più difficile da scrivere e perché?
Quelle legate al demone della bulimia, in cui racconto senza filtri cosa mi succedeva. E poi i passaggi che mi hanno riportato alla mente la morte di mia mamma e di mia sorella.

7. Rileggendo ciò che hai scritto, c’è qualcosa che ti ha sorpreso di te stesso?
La lucidità e la sincerità con cui ho trovato la forza di raccontare, in primo luogo a me, aspetti così duri e così personali su un tema che ha segnato gran parte della mia vita
8. Cosa speri che arrivi a chi leggerà Un chilo d’anima?
Che non c’è nulla di male nel decidere di smettere di nascondersi, anzi ammettere di avere un problema e trovare il coraggio di chiedere aiuto è il primo passo da compiere per uscirne
9. Nel tuo percorso, cosa ha fatto davvero la differenza nel chiedere aiuto?
La consapevollezza che da solo non ne sarei mai uscito e che continuando a far finta di nulla, facendo finta che tutto fosse normale, le cose avrebbero continuato a peggiorare
10. Pensi che in Italia ci sia ancora un tabù quando si parla di disturbi alimentari, soprattutto al maschile?
La situazione sta cambiando, questa problematica riguarda almeno tre milioni di persone solo nel nostro Paese, anche se è vero che viene affrontata da una prospettiva che è quasi esclusivamente femminile, con stereotipi duri a morire
11. Cosa manca, secondo te, nel modo in cui i media e le istituzioni affrontano questo tema?
Certe volte noto un po’ di superficialità, si parla soprattutto di cibo, come se il problema fosse la dieta, ma non è così. Parte tutto dalla testa.
12. Come immagini il dialogo con i lettori che si riconosceranno nelle tue parole?
Lo immagino intimo, sincero, fatto tra persone che hanno deciso di smetterla di presentarsi come perfette.




