La continua escalation del conflitto commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea alimenta tensioni e incertezze, soprattutto tra le imprese. Confusione e instabilità rischiano di provocare danni persino maggiori della guerra commerciale stessa. Ad aggiungere confusione anche la notizia di pochi giorni fa sulla decisione della corte suprema degli Stati Uniti che il presidente Trump non avrebbe il potere di imporre dazi. Proviamo quindi a fare chiarezza con l’avvocato tributarista Cristiano Ricci, analizzando gli effetti economici e giuridici delle misure protezionistiche, con uno sguardo ai rischi per imprese, lavoratori e consumatori.
La guerra commerciale continua a destabilizzare i rapporti tra Stati Uniti e Unione Europea. Qual è il possibile ruolo del diritto tributario in questo braccio di ferro?
Quando parliamo di guerra commerciale, dal punto di vista tributario non possiamo che fare riferimento ai dazi, cioè alle imposte indirette applicate sulla circolazione delle merci e sulle importazioni di prodotti all’interno di un determinato Stato. I dazi incidono direttamente sul prezzo finale delle merci e hanno un impatto immediato sull’economia e, a cascata, su occupazione e consumatori. Nei contrasti tra grandi potenze economiche l’applicazione dei dazi può diventare, quindi, uno strumento centrale di pressione politica ed economica.
Spesso si confondono dazi e sanzioni. Qual’è la differenza tecnico-giuridica tra i due strumenti?
I dazi non sono sanzioni: essi sono imposte indirette applicate alle merci importate con una chiara finalità protezionistica dell’economia interna dello Stato che li applica. Servono a rendere più costosi i prodotti stranieri per favorire quelli nazionali. Altra finalità dei dazi è poi quella di attirare la produzione straniera all’interno del proprio Stato. Tuttavia, in tal senso sorgono dei problemi in quanto, da un lato, non è detto che se un’azienda (ad esempio) italiana inizia a produrre negli Stati Uniti riesca a trovare in loco lavoratori – e, dunque, manodopoera – disposti e soprattutto in grado di produrre il prodotto nelle stesso modo in cui viene prodotto in Italia; altresì, è necessario anche tenere in considerazione le materie prime le quali, se non sono presenti all’interno devono comunque essere importate ed esse, dunque, potrebbero subire i medesimi dazi che subiscono i prodotti finiti con annullamento di qualsiasi beneficio. Da ultimo, un’azienda, per decidere di spostare la propria produzione deve affrontare una scelta di tipo “macrofiscale”: vale a dire che la decisione non deve e non può essere limitata soltanto all’aumento o alla creazione dei dazi ma deve avere ad oggetto anche tutta un’attenta pianificazione fiscale che ovviamente un consulente tributario potrebbe ben studiare e saper consigliare. Le sanzioni, invece, come quelle recepite in Italia con il decreto legislativo n. 211/2025 al fine di rispondere a comportamenti illeciti o contrari a norme giuridiche posti in essere dai vari soggetti, hanno natura penale ed economica, ma non fiscale e costringono le imprese a dotarsi di sistemi di compliance interna. Esse riguardano sempre i rapporti commerciali ma nel senso che le imprese coinvolte sono tenute costantemente a verificare i rapporti commerciali, le catene di fornitura e i partner internazionali con cui contrattano per evitare il rischio di violazioni anche involontarie.
Storicamente i dazi producono davvero gli effetti sperati?
La storia dimostra che spesso non funzionano. Un esempio emblematico è quello del 1930 con lo Smoot-Hawley Tariff Act, che avrebbe dovuto rilanciare l’economia americana dopo il crollo di Wall Street iniziato con la crisi del 1929. In realtà, la previsione dei dazi produsse l’effetto opposto: in tre anni le esportazioni USA crollarono del 61% e le importazioni del 66%, aggravando la crisi e aumentando disoccupazione e inflazione. Ne scaturì la Grande Depressione che terminò soltanto con il New Deal del Presidente Roosevelt. Il rischio principale è che, nel medio e lungo periodo, si generi una forte contrazione dell’economia interna, accompagnata dalla perdita di posti di lavoro, dall’aumento generalizzato dei prezzi e dall’isolamento economico.
Ci sono però anche possibili benefici?
Nel breve periodo, possono sicuramente avere effetti benefici per il Paese che li applica in quanto i consumatori sono certamente maggiormente invogliati ad acquistare prodotti locali, meno costosi, pur a discapito, magari, della qualità (si pensi alle eccellenze gastronomiche italiane che nulla hanno a che vedere con i corrispondenti prodotti “similari” presenti negli Stati Uniti, ad esempio). Nel medio-lungo periodo possono incentivare le imprese straniere a spostare la produzione nel paese che li impone, evitando così l’imposta. Ed è probabilmente questo l’obiettivo strategico dell’amministrazione Trump: riportare la produzione negli Stati Uniti con conseguente aumento dell’occupazione. Tuttavia, questo meccanismo incontra molti limiti: la disponibilità di materie prime, competenze professionali, costi del lavoro e know-how produttivo. Alcuni settori, come il lusso italiano, sono difficilmente replicabili all’estero per mancanza di competenze artigianali specifiche.
Quali settori italiani ed europei sono più colpiti dai nuovi dazi?
Sicuramente l’acciaio, già penalizzato in passato dai dazi imposti dal presidente Bush a inizio anni Duemila, il settore automobilistico e, in particolare per l’Italia, tutto ciò che rappresenta il Made in Italy di eccellenza: agroalimentare, prodotti di lusso, prodotti chimici e artigianato specializzato. Sono settori difficilmente delocalizzabili e ad alto valore aggiunto, che rischiano una forte perdita di competitività sul mercato statunitense. Nonostante ciò, settori quali il vino toscano sembrano, per adesso, aver retto.
In questo contesto, il ruolo dell’avvocato tributarista diventa simile a quello di un consulente geopolitico?
In parte sì: oggi la pianificazione fiscale deve necessariamente tenere conto anche del rischio politico e geopolitico. Nell’ultimo anno è capitato di consigliare ad alcune imprese, allarmate dai possibili dazi statunitensi, se mantenere la produzione in Italia o spostarla negli Stati Uniti. Tuttavia, una scelta simile non può basarsi su una singola imposta, ma richiede la valutazione complessiva del carico fiscale, normativo e lavoristico, oltre ai costi industriali e organizzativi. Il ruolo del tributarista resta quindi quello di guidare l’impresa in una pianificazione integrata, considerando tutte le variabili.
L’Unione Europea come può rispondere ai dazi statunitensi?
I dazi reciproci sono una possibilità, ma storicamente hanno prodotto effetti negativi, soprattutto per i consumatori. Più interessante è lo strumento anti-coercizione (ACI), il cosiddetto “bazooka europeo”, che può essere applicato forse anche a casi di questo tipo. A mio avviso, è preferibile privilegiare il dialogo piuttosto che alimentare una spirale di ritorsioni che, come già avvenne negli anni Trenta con l’introduzione di dazi reciproci, provocò una grave crisi degli scambi e dei mercati. Peraltro, oggi, guardando il problema dal punto di vista americano, in un contesto di grande globalizzazione, certamente molto più sviluppato rispetto a cento anni fa ed in cui, dunque, c’è uno scambio continuo e necessario dove le imprese hanno gioco facile a cambiare mercato sul quale piazzare i loro prodotti sostituendo quello statunitense con altri senza subire grossi problemi economici, i risultati per chi applica i dazi potrebbero essere ancora peggiori.
Chi paga davvero il costo dei dazi?
Se osserviamo il problema dal punto di vista statunitense, in prima battuta i dazi colpiscono le imprese importatrici, che però trasferiscono il maggior costo sui consumatori finali, determinando un aumento del costo della vita. Le maggiori entrate doganali, infatti, finiscono nelle casse dello Stato e non direttamente a beneficio della popolazione. Un recente studio della Federal Reserve di New York ha rilevato che nel 2025 quasi il 90% del costo delle tariffe è stato sostenuto da aziende e consumatori americani. Dal punto di vista europeo, invece, l’effetto può estendersi anche ai lavoratori: la contrazione delle vendite, dovuta al calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti, può infatti comportare riduzioni di personale nelle imprese maggiormente esposte a quel mercato. Guardando, invece, il punto di vista europeo l’effetto potrebbe estendersi anche ai lavoratori, perché la eventuale contrazione delle vendite derivante dalle minori importazioni e dalla diminuzione degli acquisti da parte degli acquirenti esteri può portare a riduzioni di personale all’interno delle imprese che vendono i loro prodotti principalmente o comunque in larga scala negli Stati Uniti. Possiamo quindi parlare di un vero effetto a cascata. Tuttavia, a tale ultimo riguardo, potrebbe esservi anche un effetto contrario favorevole per noi europei: infatti, una parte dei prodotti europei, non essendo più venduti negli USA, resta sul mercato interno o cerca, comunque, di essere allocato in nuovi mercati. Ne discende un aumento dell’offerta di prodotti interni rispetto alla domanda e, dunque, i prezzi di quei prodotti si spingono inevitabilmente verso il basso con conseguente vantaggio per i consumatori dell’Unione.
I dazi proteggono davvero l’occupazione interna dello Stato che li impone?
Solo nel brevissimo periodo. Sul lungo termine, rischiano di produrre isolamento economico, inflazione, riduzione della competitività e perdita di posti di lavoro. La storia insegna che la vera uscita dalla crisi americana del ’29 non fu il protezionismo, ma il New Deal di Roosevelt, che ridusse le barriere commerciali. Oggi, in un mondo fortemente globalizzato e interconnesso, il rischio è quello di un isolamento economico dannoso.




