“Dalla Nigeria all’Italia, cosa ho dovuto subire con mia figlia”

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Ina

Grace è una giovane nigeriana scappata dal suo paese in cerca di una vita migliore per lei e per la sua bambina malata. Convinta di poter trovare l’America in Europa, ha intrapreso un lungo viaggio durato anni per poi approdare in Italia. Qui sta cercando una nuova vita. Queste sono le sue parole, quelle che ci ha voluto raccontare del
suo lungo e pericoloso viaggio della speranza. Ognuno la pensi come vuole sull’immigrazione, sui neri, su cosa e
come fare per aiutarli o per convivere pacificamente (se si vuole). E’ solo una storia, le opinioni mettetele voi.

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“Sono Grace Clement, dalla Nigeria, stato del Delta. Ho 24 anni anni e parlo solo inglese. Ho studiato informatica in un Politecnico. Ho una bambina meravigliosa di quattro anni, si chiama Ibeh, il padre ci ha abbandonati perché ha una grave disabilità e non c’era nessuno che potesse prendersi cura di noi. Mia figlia è tutto quello che ho nella vita, la amo più della mia stessa vita. Un giorno un uomo mi approccia e mi dice che può aiutarmi a raggiungere l’Europa, che sapranno trattarci bene – è ciò che desidero – ed ero disposta a fare qualsiasi cosa per assicurare la sopravvivenza di  mia figlia. Quell’uomo mi ha dato tre giorni di tempo ma non avevo soldi con me. Ho comunque
lasciato la Nigeria alla fine del 2012, passando attraverso foreste e deserti, pur di arrivare in Europa. Un viaggio durato mesi, senza sapere bene la mia destinazione. L’uomo che mi voleva aiutare mi ha ingannato perché voleva solo usarmi, cercando di farmi andare con gli altri uomini. Io ho rifiutato e allora mi ha abbandonato in mezzo alla strada. Da sola chiedo informazioni e cibo per sopravvivere, senza vestiti adeguati, ma alla fine raggiungo il Marocco con l’aiuto di un amico che mi ha assistito con la bambina. In Marocco è stato l’inizio di una nuova sofferenza: la persona che mi ha portato ha detto che dovevo pagare tutti i soldi che ha speso, per il viaggio, così resto nella foresta, mi costruisco una tenda con delle coperte e chiedo l’elemosina – ‘ekere’, così lo chiamano – per raccogliere dei soldi e per vivere. Mangiamo pane e burro, a volte riso. Rifiuto ancora di andare con altri uomini, preferisco mendicare. A volte dei banditi ci rubano i soldi e così sono costretta a ricominciare da capo. Passano altri mesi, fino a che raccolgo 1500 euro per cercare di andare in Spagna. Decido di seguire un gruppo diretto in Libia. Ho soggiornato nel deserto per settimane con la bambina, senza bagno, senza buon cibo, senza acqua buona, e lei stava male. Ho pregato Dio di salvarla. In Libia è stata dura perché non c’è libertà in Libia. Il 2 settembre 2015 salgo su una barca e rischio per tre giorni, in mare, finché arrivo in Italia. O la mia bambina si sta curando, ho il buon cibo, bei vestiti, acqua buona. Spero che il futuro sarà più luminoso per me”.

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Autore dell'articolo: Live

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